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17 luglio 2012 2 17 /07 /luglio /2012 18:42

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Ben si sa quali sono le caratteristiche che più spesso rivelano la falsità delle opere d’arte archeologiche:

dato che esse, appunto perché false, vengono eseguite in un’epoca diversa da quella che si vorrebbe far credere, le forme e le caratteristiche stilistiche con cui tali falsi vengono concepiti non possono fare a meno di subire le influenze e le mode dell’epoca in cui vengono prodotte.

Ovviamente all’epoca in cui il falso viene prodotto, le mode correnti sono talmente  insite nel senso comune della gente da non essere concepite come “mode”, cioè fattori caratterizzanti di un tipo e di un'epoca specifici ma come manifestazioni estetiche normali, attribuili ad ogni epoca, quindi,  sia gli osservatori generici, sia gli studiosi del periodo storico in cui il falso viene prodotto non sono in grado di percepire, all’interno della strutturazione del falso, le pecularietà che caratterizzano l’estetica del periodo in cui vivono ed è quindi possibile, per loro, credere all’autenticità di tali oggetti.

Appena 100 anni dopo invece, al variare dei costumi che naturalmente si avvicendano e si evolvono in altre sembianze, ecco emergere, nei falsi che furono prodotti in quell’epoca oramai lontana (soggiacente a canoni estetici diversi), delle caratteristiche proprie solamente delle mode di quel periodo e gli oggetti falsificati, che un secolo prima ci sarebbero apparsi magari autenticissimi e ricchi di fascino storico, diventano invece addirittura ridicoli nel momento in cui subentra la percezione, nella loro dinamica compositiva, delle caratteristiche tipiche delle mode di allora, adesso perfettamente riconoscibili perché osservate dal pulpito di un mondo oramai completamente diversificato dal punto vista estetico.  

Il falso appare allora in tutta la sua evidenza.

Un esempio direi scolastico di questo procedimento percettivo, è senz’altro rappresentato dalla “Maschera di Agamennone”(fig. 1), che Schliemann affermò di aver scavato nelle tombe di Micene nel 1800.

Quello che immediatamente squalifica l’originalità del reperto è il baffo di destra (per chi guarda) del volto sbalzato nell’oro (fig. 1, part. A):

 

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                                                FIG. 1

 

 

esso è ridicolmente ritorto e arricciato verso l’alto (fig. 3), esattamente come era di moda nell’800 (per ottenere l’arricciatura gli uomini dell’800 utilizzavano pomate tipo gel che, seccando, mantenevano l’arricciatura desiderata, vedi fig. 2) ed in nessun altro periodo storico tale moda è riscontrabile.

 

 

 

 

 

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                                                          FIG. 3 

 

 

gbi                                           FIG. 2 

 

 

Ma possiamo pure avere le prove di tutto ciò:

il falsario produsse infatti per primo il baffo destro (per chi guarda), ma poi si rese conto dell’errore fatto che sottintendeva che presso i micenei non solo fossero di moda gli stessi baffi della sua epoca, ma che addirittura utilizzassero anch’essi pomate per arricciare tali appendici verso l’alto.

Sicuramente a lungo si chiese come poter rimediare all’errore senza dover ricominciare il lavoro da capo con un’altra lamina d’oro e concluse che oramai era obbligato a torcere verso l’alto anche il baffo sinistro (non poteva certo fare un baffo arricciato in alto ed uno in basso) ma che almeno poteva escludere l’uso della pomata e rendere la situazione più credibile. Come potete vedere infatti questo baffo (fig. 4, part. A) è completamente diverso dal destro in quanto ottenuto con peli cresciuti sul posto e distesi verticalmente verso il basso.

 

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                                           FIG. 4

 

Certo si rese conto di aver fatto una sciocchezza, ma piuttosto che rifare il lavoro preferì prima sottoporlo al giudizio del committente: se a quello fosse andato bene così, per lui non c’erano problemi, l’importante era essere pagato.

Purtroppo, ma fortunatamente per noi, Schliemann non si accorse di nulla: la maschera gli andò bene così, ed eccoci di fronte a questa cosa ridicola.

Non è questo però il solo particolare che ci da la certezza della falsità del reperto, anche la barba infatti rappresenta la riproposizione di un tipo di barba ridicolo che fu proposta solamente nel 1800 (fig. 6).

Come possiamo vedere infatti, essa non è esplicitamente una “barba”, bensì una specie di prolungamento delle basette che girano all’esterno del volto con lo scopo di incorniciarlo congiungendosi in basso, esattamente identico alla barba stranissima che caratterizzò anche Camillo Benso, conte di Cavour (fig. 5).

 

 

barba

                                                         FIG. 5

 

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                                                    FIG. 6                   

 

Si sottolinea che per ottenere questa forma, che mantiene quasi tutto il volto pulito, la barba deve essere accuratamente rasata nella zona bassa delle guance e soprattutto su tutto il mento.

Guarda caso, anche questa barba fu di moda (fortunatamente) solamente nell’800 e dobbiamo quindi ritenere impossibile che, con un arco di 3.500 anni a disposizione, la maschera di Agamennone sia ricomparsa con queste caratteristiche (non esistenti nell’antichità), proprio negli unici 70-80 anni in cui questa barba e questi baffi  furono di moda. Se a ciò si aggiunge la correzione del baffo sinistro con i peli verticali, non possono sussistere più dubbi: ci troviamo di fronte ad un falso clamoroso e ridicolo, come ho evidenziato nella “ricostruzione” di fig. 7.

  img123                                                             FIG. 7 

 

A confermarci la certezza del falso, è pure la “fama” dello Schliemann, ritenuto infatti all’epoca, dalla maggioranza degli storici e degli studiosi di antichità, come ben sappiamo, un millantatore assolutamente non affidabile i cui ritrovamenti (compresa questa maschera) furono sempre non solo sospettati, ma anche accusati di falsità.

Ma le epoche cambiano, ed al museo di Atene fa adesso più comodo, dal punto di vista turistico, fingere che l’oggetto più rappresentativo della sua raccolta sia invece assolutamente autentico.

                                           

Analisi, studio originale e articolo di Alberto Cottignoli 

 

P.S. Mi riservo di trattare in seguito la dimostrazione della falsità anche del tesoro di Priamo o perlomeno del reperto più importante: il diadema che fu indossato dalla moglie di Schliemann in una delle foto più pubblicate di tutta la storia dell'archeologia.     

BREVE SPECIFICA SULLE MIE QUALIFICHE (vedi poi biografia)

Allego una mail speditami da James Beck, massimo esperto mondiale di pittura rinascimentale italiana, Columbia University, New York, con cui collaborai per 5 anni, in cui egli afferma praticamente che io sarei il più grande Storico dell’Arte esistente.

Allego altresì un’intervista del Corriere a Marco Meneguzzo docente di Storia dell’Arte a Brera che sottolinea la correttezza delle mie analisi, in questo caso relative alla Madonna del Parto di Piero della Francesca 

LA MASCHERA DI AGAMENNONE: UN FALSO DEL 1800
LA MASCHERA DI AGAMENNONE: UN FALSO DEL 1800
LA MASCHERA DI AGAMENNONE: UN FALSO DEL 1800

MANZONI IN VATICANO?

Cari colleghi, storici dell’arte, che leggete i capolavori antichi come se fossero tante sciocchezze perché non potete certo mettervi al pari col genio che li produsse, voi, causa l’avvilimento a cui assoggettate la grande pittura, siete i responsabili del tragico accreditarsi nel mondo delle oscene, finte ciofeche dell’arte contemporanea.

Se veramente i capolavori del passato avessero la loro giusta lettura le opere contemporanee apparirebbero in tutta la loro superficialità, faciloneria e stupidaggine, mentre l’incapacità degli addetti al mestiere di capire alcunché delle meraviglie del passato, fa si che avvenga esattamente il contrario.

Verrà il giorno in cui vedremo, in Vaticano, al posto della Pietà di Michelangelo, una scatoletta di merda, si spera almeno ben sigillata?  

 

Ma di chi è la colpa maggiore dell’affermarsi delle porcherie dell’arte contemporanea, oltre a mercanti, critici d’arte e banche, banche che in assoluto anonimato finanziano questo lucroso disastro? I maggiori colpevoli sono i “Grandi Collezionisti”, disgraziati fabbricanti di detersivi, di sardine in scatola, di preservativi  e quant’altro, spesso quasi analfabeti e privi di qualsiasi sensibilità estetica che, magari quando cascano loro i capelli rimediano in maniera geniale col “riporto”, sono loro i veri colpevoli: questa razza disgraziata non compra le opere d’arte perché “gli piacciono”, ma semplicemente perché “gli mancano”, come una moneta o un francobollo! Basta che gli si faccia credere che il pittore è famoso ed ecco che questi colossali pirla ne vogliono possedere un’opera, magari semplicemente per non essere secondi all’industriale amico più fesso di loro. Spesso manco gli interessa guardare attentamente l’opera, basta che sia dell’autore che gli manca.

Al mercato dell’arte tutto ciò non sembra vero: la più orrenda ciofeca può diventare così “oggetto artistico da collezione” cosa che permette di ridurre infinitamente le spese di acquisto presso gli artisti.

Spruzzami una tela tutta d’azzurro con uno spray” dice il mercante all’artista “ci metti pochissimo e puoi farne 50 al giorno, se te le pago € 10 l’una guadagni € 500 al giorno (15.000 al mese) e sei ricco”.

“Io poi” prosegue il mercante “organizzo mostre, articoli sui giornali, pubblicità fittizie con prezzi finti sempre più alti e la gente si convince che sei famoso, allora arrivano quei pirla di “grandi collezionisti” ed il gioco è fatto: sono centinaia di migliaia solo in Italia e non si riuscirà nemmeno ad accontentarli tutti. E man mano che i “pirla collezionisti” abboccano, i prezzi crescono.”

Basterebbe eliminare tutti i grandi collezionisti e l’arte contemporanea tornerebbe finalmente sul binario giusto, quello determinato da chi i quadri li compra perché “gli piacciono”.  Che solo questa è la motivazione corretta per acquistare un’opera d’arte.

Miei cari colleghi “Storici dell’Arte”, che non fate che ripetere stancamente ciò che dissero Berenson e Longhi (che mai, di nemmeno di un quadro capirono qualcosa) e che mi ignorate perché troppo vi spavento, a voi mi rivolgo rifacendomi allo splendido Sordi del “Marchese del Grillo” sperando che capiate la “sottile ironia”:

IO SONO CIO’ CHE PRIMA DI ME NON E’ STATO MAI E CHE DOPO DI ME NON POTRA’ MAI PIU’ VENIRE  E, VOI ……. NON SIETE UN CAZZO.

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