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25 marzo 2011 5 25 /03 /marzo /2011 22:29

Credo sia arrivato il momento di fare chiarezza su un argomento che da decenni assilla il mondo numismatico che si interessa al Regno di Sicilia e a quello delle Due Sicilie.

Un problema che sussiste semplicemente perché il mondo del collezionismo numismatico delle Due Sicilie sembra essere alieno da ogni forma di applicazione del sistema scientifico all’analisi degli elementi conosciuti e basarsi semplicemente su impressioni generiche frutto di opinioni non ponderate. Ma partiamo dall’inizio.

 

Anticipo che io mi occupo, per conto di ArtWatch International, Columbia University, New York,

di pittura rinascimentale italiana ed ho pubblicato testi su Piero della Francesca e Leonardo relativi a scoperte importantissime da me fatte sulle opere di questi autori (vedi biografia) e che ultimamente mi occupo del “finto” Raffaello della National Gallery di Londra (vedi mio articolo su www.quotidianoarte.it rubrica “Territori della cultura n.2”).

Attorno al 2003 mi venne chiesto di applicare i miei metodi di indagine anche al mondo della numismatica e così feci trovandolo subito molto interessante.

 

Venni allora a conoscenza per la prima volta, come dicevo circa 8 anni or sono, dell’esistenza di due monete in bronzo che non dovevano esistere in quel materiale ma solamente in argento, si trattava precisamente dei 12 tarì 1735 dell’Incoronazione di Carlo di Borbone (Regno di Sicilia) e della piastra 1796 di Ferdinando IV di Borbone (Regno delle Due Sicilie).

 

La piastra 1796 ( di cui ho poi scoperto esistere altri esemplari anche in rame) reca ancora tracce abbondantissime dell’antica placcatura in argento e pure nei 12 tarì sono rintracciabili resti di placcatura all’interno dell’ultima “O” di “Coronationis” ed al microscopio attorno a tutte le lettere.

Dato che le monete erano visibilmente usurate da abbondantissima circolazione (soprattutto il 12 tarì, oramai in condizioni di MB) perdurata anche dopo la completa scomparsa della placcatura in argento, la mia mentalità di tipo scientifico dedusse piuttosto rapidamente che trattavasi di coni ufficiali della zecca, placcati e garantiti dallo Stato e coniati in quel modo per carenza momentanea d’argento, cosa che spessissimo avevano fatto altre nazioni nonché i Romani stessi.

La cosa non ammetteva discussione in quanto non si capisce, se di falsi si trattava, perché tali monete avessero continuato a circolare anche dopo che, persa la placcatura, era diventato evidente che d’argento non erano (si ricorda che il valore della moneta era dato dal suo peso in argento). A chiudere definitivamente ogni altra possibilità si aggiungeva il fatto che, a quei tempi, sia al falsario che allo “spacciatore” ci si divertiva un mondo a tagliare le manine ed anche la testolina.

Chi mai si sarebbe azzardato a spacciare (un numero infinito di volte) come piastra d’argento autentica un dischetto giallastro di bronzo o rossastro di rame, sapendo che il ricevente avrebbe potuto farlo decapitare? Solo un pazzo può sostenere una tesi del genere!

E chi avrebbe mai potuto accettarla come piastra d’argento, se falsa era, quando sulla stessa non esisteva più la benché minima traccia di quel metallo?

Non mi sembrava fosse necessario avere una grande cultura ed una mentalità scientifica per capire tutto questo, pensavo che qualsiasi persona dotata di un minimo di intelletto fosse in grado di capire che solo una garanzia statale poteva permettere la circolazione di queste monete, cosa che già accadeva nel 1500 addirittura con le banche, che garantivano addirittura delle cedole in materiale cartaceo.

Ero invece un ottimista, la mia deduzione, logica, razionale, inappuntabile e che teneva conto di ripetuti riferimenti storici, si scontrò invece, prima con l’assurda opinione comune dei commercianti di monete, ed alla fine addirittura con quella dello stesso Fabio Gigante, che ritenevano tali monete, dei “falsi d’epoca”(?!?!?!), cosa assolutamente priva di ogni senso.

Scoprii poi che questo assurdo giudizio non era di Gigante, persona di estrema serietà, ma era determinato dall’opinione di Franceso Di Rauso, collezionista partenopeo a cui Gigante stesso aveva affidato, nel proprio catalogo, la gestione della parte riguardante le monete delle Due Sicilie.

Un problema con il Di Rauso riguardo alla catalogazione delle monete siciliane l’ho tuttora in corso, riguarda il 6 tarì dell’incoronazione 1735, catalogo Gigante n. 35 h, di mia proprietà, prima sconosciuto e che io segnalai al dott. Gigante 8 anni fa e che egli provvide a far catalogare da Di Rauso o da altra persona;

img588

bene, la moneta fu catalogata come comune, malgrado non se ne conoscessero altre, ma la cosa inconcepibile è che al punto in cui il catalogo deve definire se questa moneta ha le sigle grandi o piccole, c’è invece UN PUNTO INTERROGATIVO!! Mi chiedo, e come me tutti si chiederanno: come fa ad essere definita “comune” una moneta di cui nemmeno si conoscono le caratteristiche? Mi sembra chiaro che in questi 8 anni non solo nessuno ne ha mai viste, ma pure ci si è scordati di come era quella che io presentai! Trattasi quindi di un R5 e non certo di moneta comune!

Mi sono attardato sull’argomento perché ritengo importante rendere noto che la catalogazione delle monete di Sicilia avviene in modo quantomeno strano, come questo caso rivela, infatti, sembra che si sia molto restii a  dare conferma ufficiale della rarità delle monete anche quando la cosa è estremamente evidente ed in questo caso sembra inserirsi anche il comportamento tenuto nei confronti dei coni in bronzo e rame di originali in argento che stiamo trattando.

Ma tornando al nostro argomento, in uno scontro che ebbi, su eBay, con Di Rauso che insistentemente sosteneva la tesi dei “falsi d’epoca” potei poi rendermi conto che la sua ipotesi non si basava su alcun dato concreto ma solo su una fissazione preconcetta priva di ogni base razionale giustificante, e che oltretutto egli non era assolutamente in grado di contraddire la mia ipotesi, che poi non è solo la mia ma anche quella di tutte le persone di buon senso.

Io sono convinto che Di Rauso, proprio per la mancanza di argomentazioni che manifesta, si sia da molto tempo reso conto che tali coni sono degli originali della zecca di Stato, mi chiedo dunque, perché insiste a spada tratta a sostenere l’assurda ipotesi dei “falsi d’epoca”?

Di sicuro è in buona compagnia, ma la quasi totalità delle opinioni similari dipendono proprio direttamente dall’essersi queste persone semplicemente adeguati alla sua, a parte alcune altre ipotesi totalmente demenziali come ad esempio quella di un “esperto” (mio Dio!) che addirittura arrivava a dire che un falsario avrebbe potuto riprodurre delle matrici assolutamente identiche a quelle originali della zecca (?!?!?!). Ma siamo matti? L’ignoranza catastrofica che sta dietro ad una affermazione del genere non è nemmeno quantificabile: le matrici andavano incise a mano a bulino e non è necessario essere esperti in incisione per sapere che è assolutamente impossibile riprodurre (addirittura nel 1700) anche una sola lettera di mm. 3 x 2 uguale ad un’altra, pensare poi che questo potesse avvenire per decine di lettere e che il falsario potesse mantenere inalterati anche i rapporti tra le stesse è esattamente come credere agli asini ed agli elefanti volanti.

Un falso ottenuto ad incisione, una volta osservato con attenzione, non può rivelare nemmeno il più piccolo particolare uguale all’originale. Chi asserisce il contrario è persona completamente priva di conoscenze tecniche.

Bene, i dati sicuri allora, su cui possiamo basarci, sono infinitamente semplici e basta concatenarli, naturalmente seguendo una normale prassi logica, razionale e scientifica (operazione che sembra purtroppo assolutamente non attuabile a gran parte degli esseri umani):

1)      queste monete, di bronzo o rame o piombo, sono coniate con matrici ufficiali della zecca;

2)      sono placcate in argento al fine di renderle simili agli originali in argento con le cui stesse matrici sono coniati;

3)      sono usurate, tanto da aver non solo perso la totalità della placcatura ma lo stesso rame o bronzo è altamente usurato;

4)      sono estremamente rare se si considera che se ne conoscono poche decine e per giunta divise per varie tipologie, annate e materiali;

5)      la loro usura è quasi sempre esasperata a differenza di quelle d’argento che si trovano anche in ottime condizioni.

 

Se ne deduce che :

a)      di prove non si può trattare in quanto solo una zecca popolata di imbecilli le avrebbe battute in rame o bronzo per poi provvedere a placcarle (procedimento assolutamente demenziale) .Perchè diavolo avrebbero dovuto farlo? Per vedere l’effetto? Ma siamo matti? L’avrebbero battuta, in prova, direttamente in argento! E non si vede poi perché tali “prove”, demenzialmente placcate, avrebbero dovuto circolare addirittura fino a consunzione. Nessuno le avrebbe accettate al primo apparire del metallo diverso sotto la placcatura.. Sottolineo poi che, visto l’abisso di malleabilità dei materiali, solo un cretino avrebbe effettuato delle prove su bronzo e rame di una moneta destinata ad essere poi coniata in argento. Che razza di “prova” sarebbe stata?

b)      di falsi non può trattarsi, in primis perché coniate all’interno della zecca con le stesse matrici e quindi il sostantivo “falso” è inutilizzabile. Si definisce falso ciò che è prodotto fuori dalla zecca e con matrici non originali, altrimenti l’unico sostantivo utilizzabile è “autentico”. Il fatto che il materiale sia diverso non conta assolutamente nulla, trattasi semplicemente di “altra cosa” ma assolutamente autentica. In secondo luogo l’impossibilità del falso è dimostrata dalla lunga usura dei pezzi ben oltre la perdita della placcatura. In un mondo che decapitava allegramente falsari e spacciatori, come già detto, tutto ciò è assolutamente impossibile e tale tesi non può in alcun modo essere sostenuta. Un’altra prova è determinata dal materiale di base utilizzato: un falsario avrebbe utilizzato un metallo chiaro più simile all’argento in modo da poter ingannare anche ai primi cedimenti della placcatura e non metalli il cui colore, il rame soprattutto, emergevano immediatamente con le loro colorazioni molto più scure.

c)      Non si può nemmeno sostenere che siano monete coniate da furbetti all’interno della zecca con la finalità di impossessarsene e di spacciarle per autentiche una volta placcate in qualche altra sede:

di nuovo ciò è reso impossibile dall’estremo stato di usura delle monete, esse avrebbero smesso di circolare ai primi cedimenti della placcatura e noi le avremmo trovate quasi tutte FDC.

 

C’ è un’unica soluzione che risolve, dal punto di vista razionale e scientifico, tutti, dico tutti, i problemi che queste monete pongono.

La soluzione scientificamente corretta è unicamente questa:

 

TRATTASI DI CONI UFFICIALI DELLA ZECCA DI STATO, dalla stessa placcati in argento e dalla stessa zecca garantiti nel loro valore di grana 120 indipendentemente dal materiale con cui venivano coniati.

Solo ed esclusivamente in questo modo si spiega

1)      l’utilizzo di matrici ufficiali della zecca

2)      la placcatura in argento

3)      l’usura, ben oltre la sparizione della placcatura

4)      la loro rarità, dovuta al fatto che non potevano essere tesaurizzate ma solo usate per la circolazione e quindi, al primo accenno di problemi politici che affliggessero lo Stato, il cittadino provvedeva immediatamente a farsele sostituire con altre d’argento tesaurizzabili;

5)      il fatto che siano pressoché tutte usurate in modo esasperato in quanto il loro utilizzo era unicamente circolatorio. Circolazione che poteva essere prolungata sino a perdita di gran parte del peso originale in quanto il loro valore, a differenza di quelle d’argento, non era determinato dal peso.

 

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LE PROVE DEL FATTO CHE FURONO USATE MATRICI DI ZECCA

 

Per chiudere ogni discussione intorno alla natura ufficiale di queste monete manca solo uno studio scientifico che dimostri in maniera inequivocabile che furono battute con le stesse matrici di quelle d’argento.

Si sentono varie voci a conferma di questo, ma non ho finora visto alcuno studio specifico scientificamente dimostrativo. Ho quindi provveduto a rintracciare delle monete d’argento che risultassero battute con le stesse matrici di quelle di bronzo che conoscevo. Il bello è che trovarle è stato semplicissimo (a parte la piastra 1796 che, visto che ne sono conosciute diverse, visto che furono coniate in bronzo e rame e visto che esiste anche un tarì in rame sempre del 1796, si potrebbe supporre che siano state battute con tale matrice solo esemplari in materiale vile e non in argento) infatti nel giro di pochi mesi trovavo su “la moneta.it”, un collezionista intelligente che aveva affiancato il suo esemplare di piastra in bronzo  del 1787 ad una piastra in argento del 1787 (i proprietari delle due piastre sono Cesare Coppola e Domenico Perger) in quanto si era reso conto che erano state battute con la stessa matrice, addirittura sia il dritto che il recto.

Essendo le foto non scaricabili ho solo potuto provvedere a fotografare dallo schermo del computer, ma tali foto sono più che sufficienti a determinare con assoluta sicurezza che le matrici del bronzo e dell’argento sono le stesse.

Ma non basta, ho poi trovato un 12 tarì dell’Incoronazione in argento battuto con le stesse matrici (dritto e recto) di quello di bronzo in mio possesso e di questo ho foto perfette che permettono di accertare senza ombra di dubbio (malgrado la consunzione dei 12 tarì di bronzo) l’identità delle matrici.

Invito i lettori di questo articolo a comparare i 12 tarì di bronzo con quelli d’argento:

la forma e le dimensioni di ciascuna lettera, i rapporti con cui sono tra loro connesse, le distanze tra  l’una e l’altra, la loro distanza dalle immagini centrali, la disposizione e l’altezza dei punti, i numeri della data ed il loro orientamento, sono assolutamente identici in entrambe le monete.

 

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Quello che è eccezionale è la perfetta corrispondenza anche dei difetti di incisione delle matrici, vedi ad esempio al recto, la “F” della sigla a sinistra dell’aquila: in entrambi gli esemplari la parte bassa a sinistra è mancante.

Vedi poi la prima “I” di “CORONATIONIS” che in entrambe le monete è sollevata in modo identico rispetto alla “T” ed alla “O”

Stessa cosa per la seconda “I” di “CORONATIONIS” identicamente sollevata rispetto alla “N” ed alla “S”.

 

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Notiamo poi, al dritto, anche la “C” e la “A” di “CAROLUS” che si toccano in modo anomalo in basso in maniera assolutamente identica nelle due monete: una coincidenza del genere è assolutamente irrintracciabile in qualsiasi altra successione di lettere in tutte le piastre coniate, in qualsiasi anno, dal Regno di Sicilia!

Possiamo continuare con la “E” e la “T” di “ET.HIER...” congiunte in alto in modo da produrre una protuberanza anomala verso il basso, assolutamente identica nelle due monete (anche questo particolare assolutamente irripetibile in qualsiasi altra moneta del Regno di Sicilia).

Per non parlare della “E” di “HIER....” sollevata in basso rispetto alla “I” nello stesso identico modo in entrambe le monete.

Stessa cosa per la “O” di “CAROLUS” sospesa in identico modo sopra la “R” e la “L” in entrambe le monete.

E ancora la “S” di “SIC” leggermente più in basso della “I” in entrambe le monete.

E potremmo continuare con la “S” al posto del “5” nella data, leggermente più alta del “3” in entrambe le monete e con altre decine e decine di particolari assolutamente identici che garantiscono al 10.000% che le due monete furono battute con le stesse matrici e nessuno, dico nessuno, può sognarsi di affermare il contrario.

 

Ma andiamo a comparare le due piastre 1787.

 

         img595doew

 

Anche il minimo particolare corrisponde con precisione assoluta ma esaminiamo quelli più evidenti:

malgrado le foto sfocate é facilissimo appurare come, al rovescio, la base della seconda  “A” di “HISPANIAR” parte a sinistra nettamente sotto la “I” e giunge a destra, molto sopra la base della “R”, in entrambe le monete. Bene, sarebbe sufficiente questa inclinazione e la distanza della “A” dalle lettere contigue a garantire la dipendenza da stessa matrice, ma anche tutte le altre lettere hanno “difetti” assolutamente identici e non c’è particolare nelle due monete che non sia assolutamente corrispondente.

Vedi ad esempio la “S” di “HISPANIAR” inclinata verso destra nello stesso identico modo.

Vedi la “P” sempre di “HISPANIAR” inclinata esattamente con la stessa angolazione in entrambe le monete verso sinistra.

 

       img594DSCK0417

 

Si veda poi, al dritto, le sigle “D” e “P” collocate alle stesse medesime distanze da ogni altro particolare disegnativo della moneta ma soprattutto identicamente inclinate e con i punti alle stesse distanze ed alle stesse altezze, più basso e più vicino quello della “D” e più alto e più distante quello della “P”.

Ma una semplice analisi di alcuni punti sarebbe più che sufficiente per eliminare qualsiasi dubbio:

vedi il punto prima della “D” del “D.C.” (dopo il “IV”) leggermente sollevato sopra la “D” stessa,  poi quello subito dopo la “D” vicinissimo alla “C” e quello dopo leggermente più staccato dalla “C”. E tutti questi punti sono alla stessa medesima altezza in entrambe le monete.

Vedi poi la “S” di “SICILIAR”, egualmente inclinata verso destra.

Vedi poi il punto tra la “R” di “SICILIAR” e la “E” di “ET”, esattamente alla stessa altezza e leggermente più vicino alla “E” che alla “R”.

Vedi poi il punto tra “HIE” e “REX”, egualmente sollevato e alla medesima distanza da “E” ed “R”.

 

 

Bene, a questo punto, dimostrato in maniera incontrovertibile che queste monete furono battute con le stesse matrici di quelle d’argento, non possono, viste le argomentazioni antecedenti, sussistere più dubbi:

TRATTASI  DI  CONI  UFFICIALI  DELLA  ZECCA  DI  STATO  DEL  REGNO  DI SICILIA  E  DI  QUELLO  DELLE  DUE  SICILIE  E  COME TALI  DEVONO ESSERE CATALOGATI.

 

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 Pubblico anche le due Piastre 1796, l'una in bronzo e l'altra in rame di mia proprietà, di cui ancora non si è trovata la Piastra in argento battutta con le stesse matrici. Ovviamente rimane valido quanto sopra detto per le altre Piastre, è chiaro che anche in questo caso trattasi di coni ufficiali della zecca.

 

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Da notare le tracce d'argentatura ancora evidentissime.

 

 

 

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Qualora un collezionista fosse in possesso della Piastra d'argento battuta con queste stesse matrici o anche con matrice di una sola delle due facce, lo prego di darmene notizia.

 

                                                                            Alberto Cottignoli

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Published by alberto cottignoli
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commenti

Michele 04/21/2015 00:38

Ciao... Ho una piastra da 120grana 1802 la versione con i capelli lunghi, in materiale scuro... Forse bronzo... Non mi intendo di queste monete ma amici mi hanno detto sia un 'falso storico' e mi hanno offerto 80€, l'ho tenuta, Come descritto nell'articolo è molto consumata... Posso inviati delle foto?
Grazie

alberto cottignoli 04/21/2015 12:53

mandami pure la foto e non venderla con la storia dei "falsi d'epoca" le stanno incettando tutte poi le catalogheranno, ciao, Alberto

Alberto Cottignoli

  • Alberto Cottignoli
  • Laureato in Filosofia (1978) e in Storia e Conservazione delle Opere d'Arte (2013) all' Università di Bologna.- Esperto di pittura vascolare attica - Esperto di numismatica. Pittore famoso in Oriente:3 personali nei musei di Taipei (Taiwan) 2 al Khia Nan Museum, 1 al Museo Nazionale di Storia
  • Laureato in Filosofia (1978) e in Storia e Conservazione delle Opere d'Arte (2013) all' Università di Bologna.- Esperto di pittura vascolare attica - Esperto di numismatica. Pittore famoso in Oriente:3 personali nei musei di Taipei (Taiwan) 2 al Khia Nan Museum, 1 al Museo Nazionale di Storia

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