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3 marzo 2017 5 03 /03 /marzo /2017 00:00
"IL SEMINATORE". VAN GOGH.

"IL SEMINATORE". VAN GOGH.

Questo dipinto è estremamente semplice, basta guardarlo attentamente per capirlo, ma nessuno, pur essendo quest’opera famosissima, sembra averlo mai fatto.

Gli Storici dell’Arte infatti non guardano i quadri (come voi credete che facciano), non fanno altro che riscrivere pedissequamente quanto già detto su di essi da altri studiosi nella convinzione che nulla di nuovo vi sia più da scoprire.

Quando gli studenti sono in procinto di affrontare la tesi l’insegnante infatti sempre suggerisce loro “ Scegliete pittori minori perché sugli altri si è già detto tutto”.

Fortunatamente però qualcuno di tutto questo si è accorto, il prof. Marco Meneguzzo ad esempio, docente a Brera, che in una intervista al Corriere di Ravenna dichiarò che sarebbe ora che gli Storici dell’Arte cominciassero a guardare i quadri come faccio io: “ ...sarebbe ora che anche gli Storici dell’Arte cominciassero a guardare i quadri come fa Cottignoli...”. (Allora non ero ancora laureato in Storia dell'Arte)

 

 

Bene, andiamo dunque a “guardare” questo famosissimo dipinto.

La prima cosa che Vincent ha cura di sottolineare è lo stretto rapporto tra il personaggio ed il sole: esso infatti pare un prolungamento ideale della sua figura e incombe positivamente sulla sua testa come una gigantesca luminosa aureola.

Ma cosa esce dalla mano di questo “seminatore” ? cosa egli lascia cadere nei solchi che l’aratro ha faticosamente scavato?

Come può nessuno essersene mai accorto?

Mio dio! piccoli frammenti di luce egli sta seminando, forse addirittura fiammeggianti!!

PARTICOLARE DELLA MANO E DI CIO' CHE SEMINA

PARTICOLARE DELLA MANO E DI CIO' CHE SEMINA

Ecco ciò che nessuno ha visto mai!

Ma cosa vuole dirci Vincent attraverso questi particolari, piccolissimi sì, ma di incredibile importanza?

Andiamo a spiegarlo.

Splende il cielo dietro il "seminatore", cielo che sempre per Vincent rappresenta la meta agognata, il ricettacolo di sublimi felicità, di una luce abbagliante presaga di chissà quali celesti paradisi, ma buia è invece la figura in primo piano e buio l’albero che, attraversando tutto il dipinto addirittura sul sole incombe con la sua massa scura.

Una terrigna natura quindi, per nulla partecipe delle celestiali promesse a cui quel cielo luminoso allude.

Vincent dà allora genialmente spazio alla speranza.

Oscuro e silenzioso infatti incede sì, verso di noi questo seminatore, ma santificato però da un'aureola luccicante e distribuendo va per i campi le miracolose sementi che, crescendo, potranno dare alla vita e quindi a noi medesimi, lo stesso fulgore che dietro di lui si dilata per il cielo.

Non possiamo non capire come in questo seminatore, a cui opportunamente non è stato dato il volto, si identifichi il pittore medesimo:

"Non fosti forse tu Vincent carissimo, che per il mondo seminasti i quadri tuoi ad illuminare la povera vita degli uomini? Non la fama cercavi, non il denaro, ma solamente che, di fronte a quei miracoli tuoi, di felicità s'accendessero i cuori.

Mai aureola fu più sacra e giusta.

Della luce tua faticosamente sparsa attorno, nulla però capirono allora e pensasti di aver fallito...spero, fortissimamente spero che qualcuno, già ti abbia raggiunto, là dove adesso ti trovi, e ti abbia detto che non è più così che, della luce dei quadri tuoi, si è acceso finalmente il mondo."

                                                                               A.Cottignoli 

A.Cottignoli 1 marzo 2017

P.S. Per l'importanza immane che hanno per Vincent la luce, le stelle, la luna ed il sole, si prega di leggere gli altri miei articoli su Van Gogh 

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Published by Alberto Cottignoli
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28 febbraio 2017 2 28 /02 /febbraio /2017 18:23
"STRADA CON CIPRESSI E SOLE". VAN GOGH

"STRADA CON CIPRESSI E SOLE". VAN GOGH

Tutti sembrano ignorare le enormi dimensioni della “stella” che domina la parte sinistra del cielo che, se sulla destra non fosse presente la luna, non esiteremmo ad affermare che si tratta del sole. E che di sole infatti si tratti ce lo conferma poi anche il colore: dove mai si son viste stelle gialle?

Che la convivenza nel medesimo cielo di questi due astri così vicini sia impossibile lo sappiamo bene, ma qui non si tratta di fotografia ma di dipinto: tutto qui può succedere, dipende solamente da cosa vuole dirci l’autore.

Egli infatti ha grandiosamente raccolto in quell’unica immagine la stella ed il sole, che non è in fondo che una “”nana gialla”.

Per cominciare a capire cosa voglia dirci cominciamo dal calesse, sul quale vediamo due personaggi, uno maschile e uno femminile

INGRANDIMENTO DEL CALESSE

INGRANDIMENTO DEL CALESSE

Andiamo poi a vedere il “cipresso” che domina la scena in primo piano

EVIDENZIAZIONE DELLA DIVISIONE DELLE CHIOME DEI DUE CIPRESSI

EVIDENZIAZIONE DELLA DIVISIONE DELLE CHIOME DEI DUE CIPRESSI

Non di un solo cipresso si tratta ma di due (nessuno se ne era mai accorto prima, tant’è che nel titolo si parla di “cipresso”), com’è evidente dai due tronchi che Vincent ha dipinto molto corti perché non vi prestassimo attenzione e come ci rivela la linea scura (visibile, come i due tronchi, solo se si presta molta attenzione) che divide le chiome, evidenziata nella figura sopra dalla linea rossa (part. A).

Le chiome di questi due cipressi si sovrappongono quindi, dandoci l’impressione di fondersi assieme come se si trattasse di un’unica pianta.

Ci dimostra la volontà di Vincent di dipingere due cipressi non solo un disegno su una lettera a Theo

DISEGNO DA UNA LETTERA DI VAN GOGH A THEO

DISEGNO DA UNA LETTERA DI VAN GOGH A THEO

ma anche il fatto che sempre egli dipinga i cipressi in coppia, molto vicini e, esattamente come in questo caso, uno più piccolo ed uno più grande (vedi foto sotto)

VAN GOGH "STRADA CON CIPRESSO E STELLA": I CIPRESSI INVECE SONO DUE E NON DI STELLA SI TRATTA MA DI SOLE
VAN GOGH "STRADA CON CIPRESSO E STELLA": I CIPRESSI INVECE SONO DUE E NON DI STELLA SI TRATTA MA DI SOLE

Anche in “Notte stellata” i cipressi sono due molto vicini (tant’è che anche qui si parla di un unico albero) e sempre uno più grande ed uno più piccolo (a destra, di cui è visibile solo la cima).

"NOTTE STELLATA", VAN GOGH

"NOTTE STELLATA", VAN GOGH

Anche qui è evidente l’intenzione di sovrapporre le due chiome perché si abbia l’impressione che l’albero sia uno solo e così infatti fino ad oggi si è pensato.

Ci tengo a precisare che l'importantissima scoperta dell'esistenza dei due cipressi in questo dipinto non si deve a me ma alla mia collaboratrice, dott.ssa Annamaria Denaro Storica dell'Arte.

 

Ma tornando a “Strada con cipresso e stella”, riguardo alla natura della “stella” ci aiuta sempre il sopraccitato disegno inviato a Theo, dove è ben visibile il tratto circolare continuo sulla sinistra di dimensioni più grandi della luna e che quindi non può certo sottendere ad una stella ma al sole.

Vincent deciderà poi di dipingere questa nostra “nana gialla” di dimensioni più ridotte semplicemente perché la massa e la luce sua fossero quasi equivalenti a quelle della luna onde pareggiare le valenze simboliche.

Dagli altri quadri che abbiamo visto sopra è poi facilmente intuibile la funzione simbolica dei due cipressi sovrapposti: che gli alberi siano universalmente metafora della vita non è certo in discussione: in questo caso l’albero alto ne rappresenta la parte maschile e quello basso la femminile (non me ne vogliano le femministe accanite, ma in natura i rapporti dimensionali si manifestano in questo modo) in cui si concretizzano ovviamente anche i due personaggi maschile e femminile presenti sopra il calesse nel dipinto essendo, gli umani, appunto il culmine della piramide della vita.

Non bisogna certo essere buddisti per capire che tutte le manifestazioni della la vita si protendono disperatamente verso l’alto, altezza che negli esseri umani si concretizza fondamentalmente nelle tensioni emotivo-sentimentali.

I problema nasce qui dal genere di albero scelto da Vincent, cioè l’unico tipo di albero che invece, fin da epoca greco-classica è ritenuto un simbolo mortuario, quindi in antitesi alla vita.

Interviene ad aiutarci a comprendere le sue intenzioni, quello che Vincent scrisse a Theo:

...guardare il cielo mi fa sempre sognare...Perché, mi chiedo, i punti scintillanti del cielo non sono accessibili come i puntini neri sulle cartine della Francia? Proprio come prendiamo il treno per andare a Tarascon e Rouen, così prendiamo la morte per raggiungere una stella.

Una frase grandiosa che ci indica come il cuore suo fosse preda di tensioni emotive profondamente metafisiche, tanto da non ritenere possibile la realizzazione di quelle su questa terra.

Solo nell’immensità paradisiaca del cielo pensava che fosse possibile trovare corrispondenza a ciò che gli esplodeva in petto.

E il duplice cipresso diviene allora viatico per il cielo, trasformato altresì in simbolo di consunzione: fiammeggiante massa oscura che verso le stelle ed i più azzurri spazi si protende, infuocato obelisco che, più in alto che può, par conficcarsi.

Ma non possiamo fare a meno di identificare noi stessi ed i nostri più sublimi desideri in questi due cipressi: noi, il cuore mio con quello di lei, miracolosamente fusi in un’unica forma, insieme fiammeggianti verso il cielo da sempre sognato, là dove, giorno e notte, come noi teneramente abbracciati, finalmente convivono.

Ma limitato è sempre, seppur immenso, il sentimento, ed scura ed inquietante è la fiamma che in questo abbraccio ci consuma... solo al di là della vita, dove i due principi eterni, Iside e Osiride, felicemente convivono, potremo finalmente, sciolti dai terrigni vincoli, fare nostra la grandiosità del sogno.

Torniamo adesso al quadro: due amanti hanno abbandonato la casa dove vivevano, individuata dai due cipressi separati che simboleggiano i limiti sentimentali del loro rapporto e, su un calesse, si dirigono verso qualcosa di più grandioso:

i due grandi cipressi uniti.

Viaggio alla conquista di stelle, sole e luna finalmente uniti, verso la passione e le tenere dolcezze dell’unione assoluta da sempre agognate sì, ma, per raggiungere la meta, dovranno fare di sé stessi il mortuario, fiammeggiante, oscuro viatico che verso il cielo conduce.

Solo quello, ci dice il pittore, all’estrema completezza del sogno conduce.

Si divide più avanti la strada, larga e tranquilla per chi alla vita normale si affacenda, stretta e difficile per chi si avventura ad inseguire la sconsiderata difficoltà del sogno.

 

Questo, squallidi uomini che nulla avete capito, era il pensiero immane di Vincent.

 

A.Cottignoli 27 febbraio 2017

Alcuni dipinti miei che si rifanno a principi simili

VAN GOGH "STRADA CON CIPRESSO E STELLA": I CIPRESSI INVECE SONO DUE E NON DI STELLA SI TRATTA MA DI SOLE
VAN GOGH "STRADA CON CIPRESSO E STELLA": I CIPRESSI INVECE SONO DUE E NON DI STELLA SI TRATTA MA DI SOLE
VAN GOGH "STRADA CON CIPRESSO E STELLA": I CIPRESSI INVECE SONO DUE E NON DI STELLA SI TRATTA MA DI SOLE
VAN GOGH "STRADA CON CIPRESSO E STELLA": I CIPRESSI INVECE SONO DUE E NON DI STELLA SI TRATTA MA DI SOLE
VAN GOGH "STRADA CON CIPRESSO E STELLA": I CIPRESSI INVECE SONO DUE E NON DI STELLA SI TRATTA MA DI SOLE
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27 febbraio 2017 1 27 /02 /febbraio /2017 00:05
"TERRAZZA DEL CAFFE' ALLA SERA". VAN GOGH

"TERRAZZA DEL CAFFE' ALLA SERA". VAN GOGH

 

Questo dipinto nasce nello steso periodo di “Notte stellata” e “Cielo stellato sul Rodano” e di quest’ultimo sembra riprendere il motivo anche se in chiave diversa (vedi l’articolo omonimo).

Ci riempie di luce, in primo piano, la terrazza del bar, dove i nostalgici del giorno vivono l’illusione di prolungarlo e di impedirne l’estinzione.

Resistono alla notte con barlumi di luce, nello stesso estremo tentativo, anche le finestre delle case e la progressione loro par volerci condurre in alto, a congiungere la luminosità del bar a quella delle stelle in cielo.

Potrà sembrare strano ma tutto muove infatti, in questo dipinto, dal mondo che da sempre incarna la felicità ideale assoluta , cioè dall’incantato universo delle stelle. Paiono da quelle infatti discendere le finestre accese delle case, coriandoli luminosi che magicamente accendono ad uno ad uno i tavoli del bar, candidi dischi adesso che fan di sé riflesso alle stelle e che per la terrazza la luce loro espandono:

terrigne stelle di quel rifugio che effimera felicità concede.

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Vincent carissimo,

nulla dicesti dei segreti dei quadri tuoi, solamente “...un giorno varranno di più dei colori con cui sono stati dipinti.”. Mai profezia fu più veritiera eppure, ancor oggi nessuno ha penetrato i meccanismi complessi di questi tuoi lavori, ma fortunatamente emana da quelli un subliminale afflato che immensamente meraviglia e commuove e che conferma quindi l’assoluta grandiosità e perfezione dei mezzi attraverso cui segretamente ci parlasti.

                                       A.Cottignoli

 

A.Cottignoli 27 febbraio 2017

 

P.S. Faccio notare che l’unico lampione presente si trova praticamente al limitare estremo della tettoia ed è quindi impossibilitato da quella posizione ad illuminare in tal modo esagerato la tettoia medesima che si prolunga addirittura per una quindicina di metri! La luce che riempie la terrazza deve avere quindi un’altra origine, cioè quella simbolica dei tavolini-stelle.

Non basta, ci da la certezza della volontà di Vincent di farci vivere i tavolini come stelle, il fatto che egli abbia posto in primo piano a sinistra un incoerente tavolino molto più piccolo e che le dimensioni degli altri tavoli  NON RISPETTINO LA LOGICA PROSPETTICA: alcuni lontani sono più grandi di quelli vicini!!

Ovviamente tutto ciò è finalizzato a rendere le diverse dimensioni delle stelle in cielo.

E’ poi di una grandiosità assoluta la progressione dalla moltitudine delle stelle a quella delle finestre e quindi al dilatare dei tavolini verso di noi, una sinuosa curva che meravigliosamente ci invita a risalirla e a perderci nel fortunato luccicante mondo che solamente la notte si svela.

 

 

 

Due dipinti miei che ripropongono, in altri termini, una scalata al cielo

VAN GOGH "TERRAZZA DEL CAFFE' LA SERA": CIO' CHE NESSUNO HA MAI VISTO IN QUESTO QUADRO.
VAN GOGH "TERRAZZA DEL CAFFE' LA SERA": CIO' CHE NESSUNO HA MAI VISTO IN QUESTO QUADRO.
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26 febbraio 2017 7 26 /02 /febbraio /2017 00:05
"cIELO STELLATO SUL RODANO". VAN GOGH

"cIELO STELLATO SUL RODANO". VAN GOGH

Su cosa poggiano i piedi dei due personaggi? Non è certo così facile comprenderlo, per cui la critica ha preferito fare finta di niente e non parlarne neppure.

Capisco se il quadro fosse di Teomondo Scrofalo o di Pinco Palloncione (non cercateli su Wikipedia, non esistono), ma qui si tratta di uno dei dipinti più famosi del mondo!!! Come si può ignorare l’argomento?

Bene, che il colore della superficie su cui poggiano i due personaggi sia molto simile a quello dell’acqua soprastante è evidente, ma notiamo come, sulla destra, l’ “incognita” superficie si fonda in modo inquietante con l’acqua del fiume e come sulla sinistra diverse pennellate proseguano dalla superficie “incognita” all’acqua, pennellate che ci danno la certezza che i I DUE PERSONAGGI POGGIANO APPUNTO SULL’ACQUA.

Un’acqua diversa, venata di un azzurro più chiaro, quasi in memoria di un cielo diurno, e con un moto trasversalmente incidente su quello orizzontale che interessa la parte più lontana del fiume. Si, qui l’acqua par muoversi verso il bordo sinistro del quadro, e non solo, essa pare alzarsi e impennarsi in due surreali onde chiare prodotte dall’impatto con le imbarcazioni.

E non può essere che così, perché le “onde” sopravanzano di molto in altezza le barche e paiono sul punto di sommergerle.

Di sicuro di acqua in movimento verso sinistra si tratta, ed è da questa precaria condizione che i due personaggi guardano spauriti verso di noi.

E’ evidente che Vincent ha voluto rendere, con questa collocazione surreale dei protagonisti, sia la precarietà del rapporto tra due innamorati, sia la precarietà stessa della delicata superficie della vita, che può in ogni momento cedere sotto di noi e sprofondarci nel nulla.

Conducono, alla riva opposta del fiume, i riflessi delle lampade a gas della cittadina, viatico marino solo illusoriamente gravido di luce. Si fondono però, i meccanici bagliori, a quelli che sopra di loro risplendono e paiono quindi, le luminose strisce sull’acqua, altrettante strade che conducano anche in cielo, là dove di luce vera brillano, assieme ai sogni nostri, le stelle.

Ma le onde sembrano minacciare gli unici mezzi che possono permettere ai due amanti di solcare le finte strade che verso il cielo conducono.

Onde e barche non fanno in fondo che riproporre il motivo inquietante del ponte di Langlois (vedi l’altro mio articolo sul quadro omonimo): là il ponte levatoio di legno che ad ogni momento può sollevarsi e le acque impedire agli amanti di proseguire , qui le barche che, se venissero sommerse dalle onde, di nuovo ritroveremmo le acque ad impedire agli amanti di proseguire verso le luci.

Ma cosa si staglia in cielo, proprio sopra le loro teste?

Mio Dio, il Gran Carro!

Le stelle non sono allora l’ultima meta? Addirittura al di là di sé stesso si riproietta dunque magicamente il sogno, a comporsi nel carro celeste, divino luminoso mezzo col quale intraprendere un ulteriore viaggio?

Ancora più lontano dunque? Chi mai prima immaginò una meta talmente felice da far delle stelle solamente il mezzo per poterla raggiungere?

A.Cottignoli  26 febbraio 2017

 

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Sette miei quadri che ripropongono in chiave diversa la conquista delle stelle

VAN GOGH "CIELO STELLATO SUL RODANO": CIO' CHE NESSUNO HA VISTO.
VAN GOGH "CIELO STELLATO SUL RODANO": CIO' CHE NESSUNO HA VISTO.
VAN GOGH "CIELO STELLATO SUL RODANO": CIO' CHE NESSUNO HA VISTO.
VAN GOGH "CIELO STELLATO SUL RODANO": CIO' CHE NESSUNO HA VISTO.
VAN GOGH "CIELO STELLATO SUL RODANO": CIO' CHE NESSUNO HA VISTO.
VAN GOGH "CIELO STELLATO SUL RODANO": CIO' CHE NESSUNO HA VISTO.
VAN GOGH "CIELO STELLATO SUL RODANO": CIO' CHE NESSUNO HA VISTO.
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24 febbraio 2017 5 24 /02 /febbraio /2017 19:16
"NOTTE STELLATA", CM. 90X72. VAN GOGH

"NOTTE STELLATA", CM. 90X72. VAN GOGH

Scrive Van Gogh al fratello Theo:

“Spesso penso che la notte sia più viva e più riccamente colorata del giorno”

e

“...guardare il cielo mi fa sempre sognare...Perché, mi chiedo, i punti scintillanti del cielo non sono accessibili come i puntini neri sulla cartina della Francia? Proprio come prendiamo il treno per andare a Tarascon e Rouen, così prendiamo la morte per raggiungere una stella.

...................................................

Brillano le stelle in cielo di luce tormentata e felice e, sotto quello, assopito, si stende il paese dei vivi.

Mondo sublime che al di là di noi si staglia e di cui solamente il buio rivela la meraviglia che l’insolente , quotidiano luccicar del sole ci nega.

Ma, verso il cielo, solamente tu, duplice oscura fiamma che consuma, inutilmente innamorate lingue protendi.

Potremo almeno allora, alla fine dei giorni, far nostre quelle luci?

Quelle stelle, schegge luminose di cuore che, solo attraverso lacrime felici, così meravigliosamente concitate ci appaiono?

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E' importante precisare che non di un solo cipresso si tratta ma di due, uno grande ed uno più piccolo sulla destra di cui si vede solo la cima (nessuno si era mai accorto di questo), metodologia consueta nella pittura di Vincent che dipinge i due cipressi vicini e di dimensioni diverse altre tre volte. Trattasi quindi di una ben precisa presenza simbolica. Per la spiegazione si rimanda all'articolo "Van Gogh strada con cipresso e stella: i cipressi invece sono due e non di stella si tratta ma di sole"  

Da questo quadro nascono questi miei dipinti

 VAN GOGH "NOTTE STELLATA": L'UNICA COSA CHE  DOVETE LEGGERE SU QUESTO QUADRO . POI, IL BUIO.
 VAN GOGH "NOTTE STELLATA": L'UNICA COSA CHE  DOVETE LEGGERE SU QUESTO QUADRO . POI, IL BUIO.
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22 febbraio 2017 3 22 /02 /febbraio /2017 14:02
"RAMO DI MANDORLO IN FIORE". VAN GOGH

"RAMO DI MANDORLO IN FIORE". VAN GOGH

Il fratello Theo gli annuncia la nascita del figlio che chiamerà col nome suo “Vincent”.

 

Egli allora decide di dipingere un quadro per il bambino e, scrive alla cognata “Sarà un ramo di mandorlo fiorito”.

 

Dirà poi egli stesso di quel quadro suo “Il più bello che abbia mai dipinto”.

 

Scriverà poi la madre al cognato “...al bimbo piace guardare i quadri dello zio Vincent e sembra affascinato dal ramo di mandorlo in fiore, appeso sopra il suo letto.”

 

Nasce un bambino e assieme sbocciano alla testata del letto suo migliaia di candidi petali su un ramo.

Dirompono da questo, vizzo e contorto, teneri e delicati, protesi ad un cielo più azzurro che mai, nell’immane, commovente, effimero tentativo di dar seguito perenne alla vita.

E paiono in quell’azzurro, già librarsi in volo verso altri lontani, sconosciuti spazi.

 

Per fortuna dorme la notte il bimbo e non vede, come s’accenda attorno a lui, il buio della stanza, di tenere, delicate, chiare forme che dondolando scendono attorno al letto suo.

 

A.Cottignoli 22 febbraio 2017-02-22

 

P.S. Da questo dipinto nasce quest’opera mia

"PRIGIONE IN ROSA". A.COTTIGNOLI

"PRIGIONE IN ROSA". A.COTTIGNOLI

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21 febbraio 2017 2 21 /02 /febbraio /2017 13:41
FIG,1 "IL PONTE DI LANGLOIS". VAN GOGH

FIG,1 "IL PONTE DI LANGLOIS". VAN GOGH

Quando finalmente prenderemo atto, dopo quasi 140 anni, del fatto che Vincent interpreta questo ponte come lo “scheletro” di una casa, potremo finalmente capire la grandiosità di questo dipinto che rappresenta l’epilogo di tutti i disegni ed i quadri da lui eseguiti col medesimo soggetto.

Ciò che fiorì alla mente sua alla vista di quel ponte ce lo spiegano due disegni (Fig. 2 e 3).

 

FIG. 2

FIG. 2

 

In questo disegno (fig. 2) il protagonista non è il ponte ma i due personaggi, maschile e femminile, noi stessi in fondo, incamminati sulla sterrata strada che conduce al ponte al di là del quale si scorge la casa, meta ideale dei sogni nostri.

Successivamente però, Vincent capisce appieno l’importanza che la struttura di legno può acquisire e il disegno si evolve in un altro (fig. 3)

 

FIG. 3

FIG. 3

In questi nuovi, pochi segni di penna, la dimensione emotiva prende finalmente forma grandiosa.

Un viaggio, un viaggio verso il sole che nasce oltre le terre al di là del fiume, là, dove prende concretezza felice il paese e la casa ove vivere assieme.

Il rosa antico della nostra strada par condurci oltre i verdi riflessi dell’acqua che, ignaro impedimento, ci scorre vicino.

Noi, in primo piano abbracciati, poi prospetticamente sempre più lontani, quasi in successione cinematografica, perché oramai prossimi alla nostra meta che brilla sotto un cielo terso trasfuso dei luminosi raggi del sole.

C’è però tra noi e la meta un ponte.

Non di quelli solidi e sicuri, ma un incrociar di legni mobili che possono all’improvviso ritirarsi, alzare le travi loro al cielo ed impedire ogni possibilità di cammino, oppure aprirsi sotto di noi, ignari, e farci miseramente sprofondare.

 

In questi primi disegni il ponte è interpretato per ciò che veramente è, cioè un “transito” , in questo caso reso simbolicamente pericoloso oltre che per la particolare struttura anche i momenti in cui viene sollevato, ma successivamente, nel dipinto a fig. 1 esso aggiungerà alla sua vera natura un’ulteriore simbologia che ne porterà la dimensione inquietante ai massimi livelli.

VAN GOGH, IL PONTE DI LANGLOIS: CIO' CHE NESSUNO HA CAPITO IN QUESTO DIPINTO

Qui molto tempo è trascorso, i due personaggi sono ad una svolta tragica della loro esistenza.

Il punto di vista di questo dipinto non è più quello degli altri tre precedenti, noi vediamo adesso per la prima volta il ponte dall'altra sponda e il moto dei personaggi quindi, per la prima volta separati (lui sulla carrozza e lei sul ponte) è adesso invertito.

La casa, che vediamo simbolicamente dimezzata dal bordo della tela sulla destra, è stata abbandonata, lui pare aver ripreso una solitaria strada sul calesse scuro (forse un carro mortuario?), calato è oramai il sole ed il ponte, una volta gioiosamente attraversato assieme nel luccicar del giorno sotto un cielo felice, si è adesso trasformato in ciò che alla mente di lei della casa è rimasto: tragico scheletro al centro del quale ella, oscura figura in quel paesaggio, che lo stesso persiste nella luce e nei medesimi colori di prima, inutilmente cerca di proteggersi dalla gelida immaginaria pioggia che dallo squarciato tetto alla sua mente scroscia.

Il viaggio di lui non è però lungo diversa strada, verso un altro paese ed un’altra casa forse, ma anche verso un’unica nube e a mortuari cipressi il nero carro si dirige.

La stessa via, felicemente percorsa un tempo in senso opposto, anch’ella riprenderà un giorno.

Una sola è infatti la strada e sempre conduce al precipizio che paziente ci attende al di là dell'orizzone che sancisce lo scomparire di ogni cosa.

..................................................................................

“Vincent carissimo,

te ne sei andato presto, nulla di te hanno capito allora e nulla continuano a capire adesso, eppure, nasce dall’opera tua un canto che, silenzioso, invisibile ed incompreso, lo stesso dilata per campi assolati, per cieli, alberi e strade che dipinto non hai ed ugualmente pervade i petti di coloro che, pur senza capire, attorno ai quadri tuoi si accalcano.

E la tristezza tua della loro felicità si fa germoglio.

Grande tra i grandi ti sia d’orgoglio che questi piccoli uomini a cui hai dato tanto, nulla di te comprendano.”

                                                           A.Cottignoli 2017

 

 

PONTE DI LAGLOIS, PARTE SINISTRA

Conclusa la lettura della parte destra di questo dipinto, passiamo adesso alla sinistra dove, di nuovo si individua un viaggio che termina come il primo proprio ai due cipressi.

Qui le cose si fanno difficili da credere e solo chi come me utilizzi metodi simili a quelli di Vincent è in grado di capire.

In primo luogo notiamo, ad un ingrandimento, come la massa terrosa che vediamo in primo piano a sinistra e che viviamo come la salita al ponte, non sia affatto solo tale: Vincent ha infatti dipinto la strada che porta verso il ponte con una evidentissima linea gialla, ma mentre tale strada scompare dietro la massa terrosa per andare dirigersi, là dove non possiamo vederla, verso il ponte, ecco comparire altre due linee gialle di tonalità identica (assolutamente surreali ) ad individuare due masse terrose chiaramente anteposte al ponte ed alla strada in salita che a quello conduce.

VAN GOGH, IL PONTE DI LANGLOIS: CIO' CHE NESSUNO HA CAPITO IN QUESTO DIPINTO

A questo punto, anche se le masse terrose nascondono la strada e la base dei cipressi, è possibile capire dove questi due alberi si trovino esattamente: il secondo di sicuro è piantato tra le masse terrose ed il ponte mentre il primo pare trovarsi appena al di là della strada ma ad una visione generale par trovarsi anch’esso appena oltre le masse terrose se non in cima ad esse.

Bene, mi fa poi brillantemente notare una lettrice del mio blog, che si identifica solo come “Valentina”, che è presente una striscia chiara nell’acqua che, dalla base del dipinto, porta fino alle sopraccitate masse terrose (partic. A).

Questa striscia è assolutamente surreale perché non giustificata come riflesso di qualcosa di bianco sull’altra sponda e nemmeno come riflesso del sole, in quanto le pennellate orizzontali gialle presenti nell’acqua a sinistra e a destra di tale striscia, essendo ovviamente riflessi del sole, ci fanno capire che quello è il suo colore e che quindi la striscia biancheggiante non ha nulla a che vedere col sole medesimo.

Vincent ha trasformato in "strada" il riflesso allungato sull'acqua della zona di cielo che si vede tra i due cipressi, annullando praticamente il riflesso loro che sarebbe dovuto essere molto più scuro e determinato e facendo surrealmente proseguire la "luce" fino a noi che guardiamo. Conferma questo suo intento il fatto che la striscia sia molto più larga dello spazio esistente tra i due cipressi, il fatto che si allunghi in modo irreale fino a noi che guardiamo e il fatto che che addirittura essa penetri surrealmente nell'ombra delle masse terrose.

Ci troviamo quindi di fronte ad un immaginario viatico positivo illusoriamente percorribile (come le luci sul Rodano nel quadro omonimo) e dimostra questa sua natura il fatto che per creare la surreale strada Vincent ha dovuto trattare di nuovo in modo surreale anche tutto il movimento delle acque attorno: quella moltitudine di lineette orizzontali gialle infatti non potrebbero esistere perché individuano un movimento dell’acqua nettamente diretto verso le due masse terrose...ma l’acqua di ogni fiume che si rispetti non scorre certo da una riva all’altra ma lungo le stesse!!!!!

Non è ancora finita: la "strada" chiara termina incastrandosi nella zona d’ombra delle masse terrose (a creare l’illusione che di riflesso solare si tratti) ma subito oltre vediamo tale "strada" continuare, trasformata però in due verdi viatici, tra loro separati, diretti in alto, l’uno verso il cipresso di sinistra e l’altro (girando attorno alla massa terrosa) verso quello di destra (partic. B).

Bene, evidenziato il procedere surreale di Vincent, andiamo a cercare di spiegare le motivazioni di tutto questo.

Mentre la parte destra del quadro tratta degli avvenimenti che intercorrono durante la vita tra due specifiche persone di sesso opposto, la parte sinistra tratta invece l’argomento a livello universale: ciò che a tutti accade.

Non parte forse proprio da noi (io e lei), che guardiamo il dipinto, la chiara strada che par alludere ad un viaggio felice? E non va essa a dividersi poi lungo le pendici di quelle due collinette nei due verdi viatici che per naturale ineluttabile sorte, separatamente ai cipressi conducono?

Sorte terribile a cui nessuno, pur pregno in vita delle più grandi, inimmaginate felicità terrene, potrà mai sfuggire.

Non possiamo non capire come Vincent si sia qui ispirato in modo geniale all' "Isola dei morti" di Bocklin.

Eppure, là in alto, proprio alla vostra sinistra, molto al di sopra dei cipressi anche se per illusione prospettica così non pare, c’è una macchia chiara.

VAN GOGH, IL PONTE DI LANGLOIS: CIO' CHE NESSUNO HA CAPITO IN QUESTO DIPINTO

Guardatela bene, non di nuvola si tratta (part. C), che mai di simili ne vedemmo, ma di un candido, enorme, sconsiderato fiore che verso il cielo par aprire gli immensi, paradisiaci petali...a nascondere l’alveo magico della corolla sua, là dove miracolosamente si radunano tutti i sogni meravigliosi che sulla terra facemmo .

Vincent carissimo, sempre ci facesti capire nelle lettere tue che l’unico modo per arrivare alla felicità vera, l’unico modo per arrivare al cielo ed alle stelle sue... era la morte. Scrive egli infatti al fratello Theo:

“...guardare il cielo mi fa sempre sognare...Perché, mi chiedo, i punti scintillanti del cielo non sono accessibili come i puntini neri sulla cartina della Francia? Proprio come prendiamo il treno per andare a Tarascon e Rouen, così prendiamo la morte per raggiungere una stella.

Spero, fortissimamente spero di sapere, un giorno, che veramente sei là, tra quei candidi petali, seduto come sempre al cavalletto tuo a far, di semplici tele, viatico eterno alla felicità di chi non ti comprese allora.

A.Cottignoli 17 marzo 2017

Due dipinti miei che si richiamano al concetto di "ponte"

VAN GOGH, IL PONTE DI LANGLOIS: CIO' CHE NESSUNO HA CAPITO IN QUESTO DIPINTO
VAN GOGH, IL PONTE DI LANGLOIS: CIO' CHE NESSUNO HA CAPITO IN QUESTO DIPINTO
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20 febbraio 2017 1 20 /02 /febbraio /2017 23:10
FIG. 1 LA DAMA CON ERMELLINO. LEONARDO DA VINCI

FIG. 1 LA DAMA CON ERMELLINO. LEONARDO DA VINCI

Per capire il senso che Leonardo volle dare a questo dipinto (fig. 1)occorre anzitutto avere una buona sensibilità fisiognomica e una grossa capacità ci capire le espressioni del volto.

Ciò detto la prima cosa che notiamo è la freddezza di questo viso che par voler distogliere lo sguardo da noi, ma notiamo anche un leggerissimo accenno di sorriso, un sorriso che possiamo definire senza tema di errore “di soddisfazione”.

Bene, chiarito questo, possiamo vedere non solo come stranamente i nastri che decorano il vestito della dama siano neri, ma come sia finemente trapunta in nero la fascetta decorativa della scollatura e come altrettanto nere siano le linee orizzontali che decorano la parte di veste sotto la scollatura medesima.

Non basta, la stessa collana è composta stranamente di perle nere, ma ciò che più ci inquieta è il nastro, anch’esso dello stesso colore, che le gira attorno alla testa e alla fronte.

Tutto questo nero è quantomeno inquietante e non trova nessun corrispondente negli abbigliamenti usuali dell’epoca se non in un quadro di Raffaello, il ritratto di Maddalena Doni (Fig. 2)

 

"RITRATTO DI MADDALENA DONI". RAFFAELLO SANZIO

"RITRATTO DI MADDALENA DONI". RAFFAELLO SANZIO

In questo dipinto è ben evidente come perle, ricami e nastri neri siano stati utilizzati da Raffaello per sottolineare le inclinazioni d’animo negative che il volto di questa donna rivela chiaramente: trattasi di matrona arcigna che ci guarda con aria perfida e non esiteremmo a supporre che, se ci avvicinassimo, ella potrebbe pure addentarci.

Molto più contenuto è l’aspetto negativo del volto nel dipinto di Leonardo (anche perché attenuato dall’impercettibile sorriso di soddisfazione), ma ugualmente la negatività sussiste ed è appunto sottolineata ( come abbiamo visto in Raffaello) con nastri e perle nere, accessori che, come già detto, non trovano corrispondenti nella moda di quel periodo.

Un’altra cosa ci stupisce: la sottile ma evidentissima treccia chiara che si sovrappone in parte alle sopracciglia attraversando la parte bassa della fronte.

In primo luogo notiamo che essa nasce insensatamente da sotto i capelli e par quindi essere ad essi collegata in modo subliminare (sembra cioè potersi trattare di capelli intrecciati , cioè di qualcosa di molto simile alle sopracciglia), ma la cosa inquietante è che tale treccia, nella sua parte iniziale (appena compare da tra i capelli), si sovrappone all’andamento curvilineo delle sopracciglia medesime.

Non ci vuol molto a capire che tale treccia, per come è stata disposta e per il suo colore, sembra far proseguire le sopracciglia l’una verso l’altra nella zona sopra il naso. Essendo le sopracciglia che si congiungono sopra il naso un particolare che caratterizza le persone primitive, e spesso quindi violente, il risultato subliminale è quello di aumentare la negatività del volto della dama.

Ma non siamo che all’inizio: con quale assurda acconciatura di capelli si presenta questa dama? Con i capelli tirati con forza sulle tempie e quindi assurdamente annodati sotto il collo?

Nulla di simile s’era mai visto! I capelli così disposti possono rispondere ad una sola esigenza: quella di integrarsi col viso della donna e dare quindi all’insieme volto-testa la forma allungata ed affusolata che vediamo.

Forse che il suo viso non era abbastanza affusolato? Sicuramente lo era invece abbastanza, ma i capelli sciolti o raccolti in altro modo avrebbero alterato la forma complessiva determinata dalla testa e del volto che Leonardo voleva percepissimo.

E a cosa Leonardo voleva che associassimo la testa ed il volto della dama, l’ha percepito, anche se in modo subliminare, un fotografo, cioè un artista (fig. 3), perché questo tipo di comprensione è proprio degli artisti e non certo dell’attività cerebrale unicamente razional-letteraria degli Storici dell’Arte.

 

 

FIG. 3

FIG. 3

MIO DIO, LEONARDO VOLEVA CHE ASSOCIASSIMO LA FORMA DELLA TESTA DELLA DONNA A QUELLA DELL’ERMELLINO!!!

 

Anche la mano della dama che accarezza il candido carnivoro ha una conformazione simile sia alla testa di lei che a quella dell’animale e le lunghe dita estremamente sottili le conferiscono un aspetto stranamente “rapace” che perfettamente si confà alla natura dell'ermellino che tiene in braccio.

 

Riassumiamo: Leonardo dipinge la dama con un volto che esprime freddezza ma che risulta soddisfatto, tale volto è poi assimilabile a quello dell’ ermellino che tiene tra le braccia, cioè a un animale carnivoro e la mano della dama ha un aspetto “rapace”.

Perché tutto questo?

La spiegazione arriva da alcuni particolari che, pur essendo macroscopici nessuno ha mai notato.

Vediamo il primo.

Osservate la parte destra (per chi guarda) del vestito della dama:

ESSA E’ COMPLETAMENTE DIVERSA DALLA SINISTRA !!!!!!!

Non solo, essa è di due colori anch’essi completamente diversi da quelli della parte sinistra (che è gialla), cioè blu e rosso e notiamo come incredibilmente manchi, sulla destra, addirittura la fascetta decorativa della scollatura:

come può nessuno essersi mai accorto di tutto questo??

Le donne di quel periodo infatti non si sognavano nemmeno di vestirsi in tal modo, le due parti dell’abito erano sempre speculari!

Mi sono premurato di riportare alcuni esempi (ma ne avrei potuto esibire migliaia) che dimostrano la specularità succitata (figure da 4 a 17).

 

FIG. 4-5-6
FIG. 4-5-6
FIG. 4-5-6

FIG. 4-5-6

FIG. 7-8-9
FIG. 7-8-9
FIG. 7-8-9

FIG. 7-8-9

FIG. 10-11-12
FIG. 10-11-12
FIG. 10-11-12

FIG. 10-11-12

FIG. 13-14-15-16-17
FIG. 13-14-15-16-17
FIG. 13-14-15-16-17
FIG. 13-14-15-16-17
FIG. 13-14-15-16-17

FIG. 13-14-15-16-17

 

Leonardo vuole poi che pensiamo che l’ermellino stia facendo una cosa ben precisa.

Vediamo infatti come la manica blu si apra sul tessuto sottostante in modo alquanto anomalo: la zampa sinistra del nostro carnivoro pare poggiare infatti gli artigli sull’orlo rigirato della stoffa che si apre, sembra cioè essere stato lui a produrre quello squarcio nella manica sotto cui compare il rosso sanguigno ed inquietante su cui la sua zampa destra adesso poggia!!

Sembra quindi che quella parte di manica sia stata lacerata per far comparire, sotto di essa, la carne di cui l’ermellino si sta cibando.

Ma perché tutto questo?

Ce lo spiega un’altro particolare macroscopico che nessuno ha mai notato:

LA MANO RELATIVA A QUESTA PARTE DEL VESTITO, ALLA MANICA BLU CIOE’, E’ ENORMEMENTE PIU’ GRANDE DI QUELLA CHE ACCAREZZA L’ERMELLINO!!!!!!!!

ESSA HA DITA ENORMI, GROSSE ADDIRITTURA PIU' DEL DOPPIO DI QUELLE DELL’ALTRA MANO!!!!!!

QUELLA E’ LA MANO DI UN UOMO!!!

E la manica blu ed il braccio a lei pertinente sono ciò che rimane di un uomo!!

Cosa ci sta dicendo Leonardo?

Che questa donna era tutt’uno col suo compagno (forse il marito), rapporto esplicitato dall’unione surreale delle loro due parti corporee (maschile e femminile), ma che successivamente ella ha, come un feroce predatore, divorato e distrutto gran parte di lui (oltretutto con soddisfazione), vuoi in senso sentimentale vuoi anche probabilmente da un punto di vista venale.

Non è in fondo che il ritratto di molte donne, disposte per interesse ad unirsi ad un uomo per sfruttarlo e quindi divorarlo fino a distruggerlo.

Non per niente quasi tutte le religioni hanno sempre ritenuto nascondersi nella donna l’origine di tutti i mali.

Non credo che Leonardo si riferisse qui ad una donna in particolare, i geni si interessano di universali e sono propenso a credere che il genio di Vinci si riferisse con questa immagine non al sesso femminile in generale ma ad un particolare, specifico genere di donne. 

 

A.Cottignoli 18 febbraio 2017

 

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20 febbraio 2017 1 20 /02 /febbraio /2017 13:37
YVES KLEIN: IL RIDICOLO DI UNA MENTE MONONEURONICA CHE SI CONFESSA TALE

Non vi è mai passato per la testa che il “monocromo” possa essere concepito solamente da una mente “mononeuronica”?

Ma siete proprio pecore? Basta che un cretino con le sue cavolate riesca (subdolamente e con intenti truffaldini), attraverso mercanti e media, a farsi conoscere, perché voi crediate che quanto produce sia artistico?

Chiunque tentasse in epoche non sospette di spacciare per prodotto artistico una tela dipinta in maniera uniforme con un unico colore non solo veniva ritenuto un cretino ma, se insisteva, veniva anche rinchiuso in una casa di cura, possibile che adesso, dato che mercanti delinquenziali e semianalfabeti dotati degli agganci giusti riescono invece a far comparire queste scemenze su giornali e televisioni, improvvisamente chi le produce non sia più da rinchiudere ma si trasformi invece addirittura nel contrario, cioè in un genio?

Ma di che razza di stupidità è preda il genere umano? Siete dunque calati nell’assoluta incapacità di capire per vostro conto?

Gregge rincoglionito che segue ciecamente il capobranco nel precipizio?

E non ditemi che sono maleducato e cattivo, per quello che lasciate che avvenga nel mondo dell’arte meritereste ben altro.

Come e perché le oscenità dell’arte contemporanea riescano a diventare famose e a raggiungere prezzi assolutamente demenziali, anche se finti, l’ho già ampiamente spiegato in altri articoli: “L’urlo di Munch: una truffa ben organizzata” e “Lucio Fontana: un imbecille per collezionisti imbecilli”

Per concludere dirò solo che il famoso “blu Yves Kein” è oltretutto una tinta orrenda tremendamente offensiva per il nostro apparato percettivo.

Auguri comunque, a chi acquista le stupidaggini di questo artista, di non cadere in depressione quando cercherà di rivenderle a qualche altro cretino e si accorgerà che ha dilapidato il suo investimento.

 

A.Cottignoli 17 febbraio 2017

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19 febbraio 2017 7 19 /02 /febbraio /2017 23:31
BURRI ALBERTO: PER MARLON BRANDO IN "ULTIMO TANGO A PARIGI"?

Figura sopra:

"BIANCO CRETTO" (ovvero: "CHIARA OPERA DI UN CRETTINO"), Alberto Burri.

 

Meglio, molto meglio sarebbe stato se Burri lo avesse usato Marlon Brando nel film “Ultimo tango a Parigi”.

Sicuramente sarebbe anche finito al posto giusto.

Non me la voglio comunque prendere in particolar modo con questa “finzione di artista” in quanto riconosco che alcune rare “opere” sue potrebbero utilizzarsi a livello decorativo (ma non andrebbero pagate più di 200-300 euro), cosa che assolutamente non possiamo dire per i tagli di Fontana che non presentano nessuna possibilità di utilizzazione se non come suporti pseudo-rigidi in una discarica di rifiuti organici.

A chi crede che i valori assurdi raggiunti dalle “opere” del burroso artista siano veritieri e non il frutto di truffe operate dai mercanti che ne dirigono il mercato con la complicità delle aste, prego di andare a leggersi il mio articolo “L’urlo di Munch:una truffa ben organizzata”, e “Lucio Fontana, un imbecille per collezionisti imbecilli”.

In occasione del centenario della nascita era interessantissimo vedere il colossale padiglione che ArteFiera di Bologna 2015 gli aveva dedicato, interessante non per le opere esposte però, ma per il fatto che le sale erano sempre completamente deserte: la gente metteva dentro la testa, dava un rapido sguardo intorno e poi sgusciava via rapidamente, i più intelligenti borbottando in malo modo.

Anche Burri deve la sua fama al fatto che le sue “opere” erano velocemente e facilmente realizzabili (un esercito di extracomunitari sottopagati potevano farne decine al giorno) e quindi egli era in grado di fornirne in quantità industriali ai mercanti a prezzi bassissimi (tanto anche a € 50 al pezzo bastava produrne 10 al giorno per incassare € 500 giornalieri, esenti da spese in quanto tele e materiali venivano procurati dai mercanti).

Per capire meglio tutto vi suggerisco di leggere i miei articoli riguardanti l’arte contemporanea.

Collezionisti svegliatevi!!!!!!! è dalla metà del secolo scorso che vi turlupinano con costose ciofeche convincendovi addirittura che sono belle e accecandovi col miraggio di enormi guadagni che non solo non vengono mai, ma che si risolvono sempre con la perdita pressoché totale del denaro investito.

A.Cottignoli 19 febbraio 2017

 

 

 

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Alberto Cottignoli

  • Alberto Cottignoli
  • Laureato in Filosofia (1978) e in Storia e Conservazione delle Opere d'Arte (2013) all' Università di Bologna.- Esperto di pittura vascolare attica - Esperto di numismatica. Pittore famoso in Oriente:3 personali nei musei di Taipei (Taiwan) 2 al Khia Nan Museum, 1 al Museo Nazionale di Storia
  • Laureato in Filosofia (1978) e in Storia e Conservazione delle Opere d'Arte (2013) all' Università di Bologna.- Esperto di pittura vascolare attica - Esperto di numismatica. Pittore famoso in Oriente:3 personali nei musei di Taipei (Taiwan) 2 al Khia Nan Museum, 1 al Museo Nazionale di Storia

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